Quasimodo e Tersite

Quella mattina sembrava tutta gente abbastanza allegra, magari solo per qualche ora. Le venne in mente che probabilmente molti si erano creati una corazza, un impenetrabile baluardo per difendersi contro il mondo esterno che poteva averli pesantemente feriti; ma allo stesso tempo quell’involucro fatto di continui ripiegamenti su se stessi ne aveva impedito la crescita, e siccome non poteva esserci alcuno sviluppo armonico, nessun allungamento o progresso, alla fine gli aneliti verso qualcosa di più grande avevano potuto divenire solo deformità della coscienza, a volte mostruose, come un Quasimodo con la gobba all’interno, un Tersite zoppo di cuore sebbene veloce di lingua…

Certe persone lasciavano come un’impronta vivificante e luminosa, altre sembravano inaridire il suolo su cui si posavano i loro piedi. Anastasia osservava con attenzione tutta la gente che passava di lì: erano la sua palestra, il luogo in cui cercava di conoscere e sperimentare l’animo umano. Aveva imparato a capire chi portava in sé la vita, e chi invece sembrava aspettare solo di dissolversi nel nulla. Voltandosi incontrò lo sguardo di Marija, che le sorrise, come se in quel momento una corrente di comprensione fosse passata tra di loro. Il suo pensiero si spostò su ciò che quella donna doveva custodire nella mente e nel cuore.
Non parlava mai di sé, solo ogni tanto – di rado! – nel discorso affiorava qualche particolare, ma solo piccole cose, quasi insignificanti in apparenza. Niente era insignificante, in realtà. Marija aveva sempre l’aria pacata e sorridente, ma Anastasia le vedeva spesso una velatura sugli occhi che nascondeva ricordi non sempre felici.